Impressionante... eh...???L’ODIO ITALIANO PER CHI CE LA FA
C’è un signore a Firenze che ha trasformato il banco di una bottega di trenta metri quadri nella paninoteca più famosa del pianeta.
File in via dei Neri. File a Milano. File a New York, dove gli americani fanno la coda al gelo per una schiacciata come se dentro ci fosse il Santo Graal e non la finocchiona.
Centinaia di dipendenti. Assunti. In regola. Formati. Pagati.
E sapete come lo ringrazia l’italiano medio?
“Devi fallire!”
Scritto così, pubblicamente, sotto un suo video.
E attenzione al dettaglio, perché il dettaglio è tutto: non augurano il fallimento “a lui”. Augurano il fallimento all’azienda. Cioè il licenziamento in blocco di centinaia di persone. Banconisti, ragazzi al primo contratto serio della loro vita, gente col mutuo. Tutti a casa, in cambio della soddisfazione di vedere cadere uno che ce l’ha fatta.
E mentre lo scrivono si sentono pure dalla parte giusta della storia.
Ora seguitemi, perché qui dentro c’è il cortocircuito più affascinante della psiche nazionale.
Nello stesso identico Paese dove Tommaso si becca gli auguri di fallimento:
Il pregiudicato che comanda il paese riceve il baciamano davanti al bar, e la fila per chiedergli favori è più lunga di quella per la schiacciata.
Il ristoratore che paga i camerieri quattro euro l’ora in nero viene venerato come benefattore del popolo, perché “tiene i prezzi onesti, è nu galantuomo”.
E all’imprenditore vero, quello che lavora in regola dentro un sistema disegnato apposta per punire chi lavora in regola, quello che assume, versa i contributi e paga sopra la media di settore… a quello rompono i coglioni.
Vi sembra follia collettiva? Non lo è. È un meccanismo di precisione svizzera. E adesso ve lo smonto pezzo per pezzo.
Primo meccanismo: l’invidia è un’arma a corto raggio : nessuno scrive “merita il fallimento” sotto i post di Bernard Arnault. Troppo lontano. Invidiare lui è come invidiare la luna: non ci provi nemmeno, sta in un’altra categoria mentale.
Leon Festinger lo spiegò settant’anni fa con la teoria del confronto sociale: ci confrontiamo soltanto con chi percepiamo simile a noi. L’invidia spara solo su chi è partito dal nostro stesso punto.
E Tommaso è partito dietro un banco, a fare panini con le mani. Era uno di loro.
Questo è il suo vero crimine. Non l’evasione, che non c’è. Non lo sfruttamento, che non c’è. Il crimine è essere la prova vivente che dal banco si poteva partire.
Ogni locale che apre è uno specchio piazzato davanti alla faccia di chi è rimasto fermo. E la gente non spacca gli specchi perché sono brutti.
Li spacca per non guardarci dentro.
Gli anglosassoni la chiamano crab mentality: i granchi nel secchio non hanno bisogno del coperchio, perché appena uno prova a uscire gli altri lo tirano giù. Noi non avevamo bisogno di studiarla in laboratorio. Noi l’abbiamo messa a sistema.
Secondo meccanismo: la fabbrica delle scuse: quando lo specchio ti mostra una cosa insopportabile, il cervello ha due strade.
Strada uno: “lui ce l’ha fatta partendo da dove sono partito io, quindi il problema sono io”. Dolore intollerabile. Scartata in tre millisecondi.
Strada due: “lui ha barato”. Ah, ecco. Sollievo immediato. “Sicuramente evade. Sicuramente sfrutta. Sicuramente c’è qualcosa sotto. Nessuno diventa ricco onestamente.”
Si chiama dissonanza cognitiva (sempre Festinger, quell’uomo ci aveva letti dentro come un libro aperto) e la mente la risolve sempre nel modo meno doloroso. Mai nel modo più vero.
Quindi no, quei commenti non sono opinioni. Sono antidolorifici. Ogni “merita il fallimento” è una dose di morfina che chi scrive si autosomministra per non sentire il bruciore della propria vita ferma al palo.
Terzo meccanismo: perché al camorrista invece si bacia la mano.
E qui arriviamo al pezzo pregiato della collezione.
Il boss del paese non attiva nessun confronto. Non è “uno di voi che ce l’ha fatta”. È un predatore, una categoria a parte, come il temporale. Nessuno si paragona al temporale. Al temporale ci si ripara sotto.
Ma soprattutto: il camorrista vi conferma la visione del mondo. “Visto? Per arrivare bisogna imbrogliare.” Lui è la prova vivente del vostro alibi.
L’imprenditore onesto è la confutazione vivente dello stesso alibi.
Ed eccolo, il segreto che nessuno vi dirà mai: la gente non odia chi fa il male. La gente odia chi le toglie le scuse.
Il male può accomodarsi. Basta che la storiella che uno si racconta la sera prima di dormire resti in piedi.
Quarto meccanismo: il santo protettore dei prezzi bassi: e il ristoratore che paga a nero? Lui no, lui è “brava gente”. Lui “aiuta le famiglie”.
Certo. I prezzi sono popolari perché la differenza la mette il ragazzo in cucina: senza contratto, senza contributi, senza futuro. Lo sconto che vi fa non esce dal suo margine. Esce dalla pelle di un altro.
Albert Bandura lo chiamava disimpegno morale: finché la vittima non ce l’hai fisicamente davanti, non esiste. Tu vedi il conto da dodici euro e ti senti furbo. Non vedi chi quei dodici euro li sta sussidiando con la propria vita.
Il risultato è un capolavoro: l’uomo che vi fa lo sconto con gli stipendi altrui viene applaudito come galantuomo. E quello che versa i contributi fino all’ultimo centesimo viene chiamato sfruttatore.
E non venitemi a dire “eh, ma tanti imprenditori sfruttano davvero”. Verissimo. Esistono, sono spregevoli e meritano i tribunali, non gli applausi. Il problema è che voi quelli li avete appena portati in trionfo due paragrafi fa. Il vostro problema non è mai stato lo sfruttamento.
È la riuscita.
Quinto meccanismo: la torta. Nella testa di queste persone la ricchezza è una torta di dimensione fissa: se Tommaso ha una fetta grossa, a loro ne resta meno. Si chiama bias della somma zero ed è il software della savana marxista: cinquantamila anni fa, se tu avevi più carne, io facevo la fame.
Peccato che Tommaso la carne non l’abbia presa a nessuno. Ha creato file dove c’era un vicolo, stipendi dove non c’era niente, un’azienda internazionale dove c’era un banco di famiglia. La torta non l’ha rubata. L’ha cucinata. E ha pure allargato il forno.
Ma provate a spiegarlo a un cervello che gira ancora col firmware del Paleolitico.
Se questa gente fosse mossa davvero dalla giustizia sociale, davanti a un’azienda starebbe dalla parte dei lavoratori. Sempre. A prescindere.
Invece augura il fallimento. Cioè il licenziamento di tutti.
I dipendenti, le famiglie, i mutui: danni collaterali accettabili pur di veder cadere il simbolo.
Capito il gioco? Non è etica. È invidia vestita da etica. La giustizia sociale è l’abito buono che il rosicamento si mette per uscire di casa la domenica.
Quindi, a tutti gli imprenditori che leggono e che ogni tanto trovano la loro razione di veleno sotto i post: smettetela di leggerli come critiche al vostro operato.
Quei commenti non parlano di voi : Sono confessioni firmate sulla vita di chi li scrive.
E a chi li scrive, un’ultima cosa, poi potete tornare a commentare.
Al camorrista baciate la mano perché vi conferma che onestamente non si arriva da nessuna parte.
All’imprenditore onesto augurate il fallimento perché vi dimostra che si arriva eccome.
Per questo non gli state augurando di fallire.
State pregando che la vostra scusa torni vera.
Scusate lo sfogo.
Saluti
F.C.